venerdì 11 maggio 2012

28 MAGGIO 1972: LA “GIOVIN SIGNORA” DIVENTA GRANDE



Questo libro dedicato allo scudetto numero 14 della Juve l’ho scritto per svariati motivi. Innanzitutto, perché è il primo dei tanti scudetti che ho festeggiato insieme a milioni di tifosi juventini (non considero quello del 1966/67, essendo troppo piccolo per capire l’importanza di quella vittoria). E poi per ricordare, con tanta nostalgia, un calcio fatto di romanticismo, di tanta passione, di tanta fatica e sudore. Fatto di personaggi bizzarri e stravaganti, presidenti appassionati della propria squadra e veri e propri “padri-padroni”. Allenatori filosofi, maghi e maghetti. Giocatori che siedono in panchina con la pelliccia o che portano la pistola. Nessuna traccia di procuratori, i calciatori sono di proprietà delle proprie società che dispongono, nel bene o nel male, del loro destino.
E, soprattutto, è il calcio delle maglie “pulite” dalle sponsorizzazioni. Rigorosamente numerate dall’1 all’11, dove il 2 è il terzino destro, il 3 il terzino sinistro, il 6 il libero e così via. Dove la divisa del portiere (salvo qualche rara eccezione) è completamente nera, come quella dell’arbitro. Dove il pallone è bianco con i pentagoni neri e gli scarpini tutti neri, senza colori strani.
È il calcio di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Che attesa spasmodica per conoscere i risultati del primo tempo! La trasmissione radiofonica, infatti, cominciava alle 15:30, in coincidenza con l’inizio dei secondi tempi (le partite si giocavano tutte alle 14:30, niente anticipi o posticipi). Bortoluzzi, Ameri, Ciotti ed Ezio Luzzi erano gli amici della domenica pomeriggio. Insieme a Paolo Valenti che conduceva “90° minuto” e mostrava, alle 18:00 circa, i goal delle partite. E, infine, alle 19:00 un tempo della partita più importante della giornata, con la voce di Nando Martellini. Certo, per gli adulti c’era anche “La domenica sportiva”, ma io allora ero un bimbo e, come tutti i bimbi dell’epoca, mi mandavano a letto dopo “Carosello”.
Questo libro lo dedico ai miei coetanei, che saranno sicuramente colti da tanta nostalgia, ma anche ai più giovani, alle nuove leve che, probabilmente, faticheranno a capire questo tipo di calcio. La speranza è che, per una volta, ci possa essere l’unione di queste generazioni così tanto diverse e distanti sotto uno stesso denominatore comune: l’amore per il calcio.


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