venerdì 6 luglio 2012

JUVENTUS - BRESCIA

17 maggio 1987 – Stadio Comunale di Torino
JUVENTUS–BRESCIA 3–2
Juventus: Tacconi; Favero e Caricola; Bonini, Brio e Scirea; Mauro (dal 62’ Bonetti), Manfredonia, Serena, Platini e Buso (dal 69’ Briaschi). In panchina: Bodini, Vignola e Bruzzano. Allenatore: Marchesi.
Brescia: Aliboni; Ceramicola e Branco; Sacchetti, Chiodini e Occhipinti; Bonometti, Zoratto (dall’81’ Turchetta), Iorio, Beccalossi e Gritti. In panchina: Pionetti, De Martino, Gentilini e Chierici. Allenatore: Giorgi.
Arbitro: Lo Bello di Siracusa.
Marcatori: Serena al 4’, Gritti su rigore al 6’, Brio al 22’, Iorio al 41’, Bonetti al 78’.

Ultima giornata di una stagione povera di soddisfazioni per la Juventus. L’estate precedente, Giovanni Trapattoni aveva abbandonato la barca bianconera, dopo undici stagioni pieni di successi. Il suo posto è preso da Rino Marchesi, che eredita una squadra pressoché identica a quella precedente, vincitrice dello scudetto. Ma i vecchi eroi sono stanchi e i nuovi innesti non sono all’altezza di chi li ha preceduti. Il campionato è dominato dal Napoli di Maradona. La Juventus lo insegue sempre a distanza riuscendo, comunque, a terminare la stagione al secondo posto, a sole tre lunghezze dai partenopei. Finisce presto anche l’avventura in Coppa dei Campioni, eliminati dal Real Madrid. I due match terminano entrambi con la vittoria dei padroni di casa per 1–0. La sfida si decide ai rigori al Comunale e gli errori di Brio, Favero e Manfredonia condannano i bianconeri.
Ma l’ultima giornata di campionato, nonostante non conti nulla ai fini della classifica, resterà nella storia juventina. Difatti, quel giorno, è l’ultima volta che Michel Platini indossa la maglia numero dieci bianconera. Una leggera pioggerellina saluta l’ultimo giro di campo di Le Roi Michel. Ma non è solo la pioggia che bagna gli occhi del fuoriclasse transalpino. La commozione regna sovrana, anche i tifosi capiscono che stanno salutando uno dei più grandi campioni di sempre della storia juventina. E, soprattutto, c’è la convinzione che la ricostruzione sarà lunga e tribolata. Tanto è vero che passeranno ancora tantissimi anni prima che la Juventus potrà nuovamente laurearsi campione d’Italia. E, nemmeno a farlo apposta, ricomincerà a vincere quando all’orizzonte apparirà un altro grande numero dieci: Alessandro Del Piero.


“STAMPA SERA”
Lacrime, champagne, salatini e pizzette. Ecco gli ingredienti della festa. Festa non solo per Platini, ma anche per una Juventus che chiude al secondo posto un campionato balordo. Per Rino Marchesi è addirittura un record. Mai nella sua carriera di allenatore era arrivato tanto in alto. Ed anche questa è una piccola soddisfazione per un tecnico che ha dovuto subire aspre contestazioni, che ha spesso avuto un rapporto difficile con i tifosi. Commenta: «Volevamo a ogni costo questo piazzamento e devo ringraziare la squadra per come si è battuta fino in fondo, a dimostrazione che nonostante tutti i problemi, carattere e volontà non sono venuti meno. La partita con il Brescia ne è stata la dimostrazione lampante. Abbiamo cercato la vittoria con determinazione e siamo riusciti anche a divertire. Tre goal sono molti contro un Brescia disperato e ci permettono addirittura di avere il primato delle reti segnate. Mi spiace che Platini non sia riuscito a battere Aliboni. L’abbiamo aiutato in tutti i modi, ma senza fortuna». Attorno a Platini una bolgia dantesca. Marchesi trova un angolino in disparte e prosegue: «Forse avremmo potuto lottare di più, ma ci sono annate balorde. Il Napoli a un certo punto ha accelerato e noi non abbiamo saputo reggere il passo». Si chiude un altro capitolo. La Juve del domani sta prendendo corpo. Non sarà solo Platini a lasciare. Conclude Marchesi: «Il nostro futuro è già cominciato. Cambieranno molte cose, ma mi sembra giusto che quei giocatori che con noi hanno avuto poche possibilità di mettersi in luce, possano dimostrare altrove il loro valore». Non è solo il momento dell’addio per Platini quindi. Lasceranno la Juve anche giocatori importanti come Manfredonia e Serena. Il centroavanti ha chiuso la stagione con un bottino personale di dieci reti. Due anni alla Juventus, una svolta nella sua carriera. Ammette: «Qui ho raggiunto la piena maturità, questa squadra mi ha fatto vincere tanto e mi ha portato alla Nazionale. Ed io credo di aver dato qualcosa alla Juve. I miei goal spero siano stati preziosi e mi auguro Che mi permettano di essere ricordato con simpatia dai tifosi: Bonetti invece vede in un eventuale trasferimento una specie di liberazione. Vuole giocare e sa che nella Juve per lui lo spazio sarà sempre esiguo. Ieri ha condannato il Brescia con una prodezza da campione. Avrebbe voglia di festeggiare, ma gliene manca il cuore. Un bresciano ha condannato proprio il Brescia. Commenta: «Adesso per dieci giorni non potrò tornare a casa, perché non mi perdoneranno mai questo sgarbo. Ma, capitemi, dovevo fare qualcosa di grande prima di chiudere il campionato. Quando ho battuto Aliboni ho sentito dentro una grande gioia, ma anche una grande tristezza. Ora aspetto che la società decida qualcosa. Alla Juve ho imparato molto, ma dalla Juve vorrei avere la possibilità di dimostrare il mio valore. Senza garanzie non voglio restare. Leggo che l’Avellino si interessa a me. Ci andrei di corsa, per sfogare tutta la rabbia che ho accumulato dentro». Chiude Tacconi: «Almeno abbiamo salvato la faccia – spiega mettendo fine, come promesso, al suo personale silenzio stampa – è stata un’annata balorda, ma la Juve non si arrende mai».
Michel Platini, è quello di oggi il più triste giorno della tua vita di calciatore? «Non scherziamo, per favore. Il giorno dell’Heysel è stato quello in cui mi si è rotto qualcosa dentro, in cui è finita una certa idea del football: C’erano trentanove morti, lì, intorno ad un evento calcistico». E quale è stato allora il giorno più bello? «Semplice: il 22 giugno 1972; quando a Nancy ho cominciato la mia vita vera di calciatore, firmando il contratto pre–professionistico. Giocai, segnai subito un goal da centrocampo, capì che potevo fare strada». Quando hai deciso di smettere? «Lo scorso settembre. Ero tornato dal Mundial a pezzi fisicamente, avevo faticato a rimettermi in ordine, capii che al massimo potevo andare avanti un anno ancora». Ma qui dicono che tu potresti fare benissimo un altro paio di campionati. «Il fatto è che io concepisco il calcio in un certo modo, diciamo pure personale, artistico: O riesco a dare cose grandi, o non ci sto più. Non mi va la ba–balle» (lo ha detto in francese, significa il giochicchiare). Ti senti in debito o in credito con la Juventus? «Mi ha fatto vincere tutto, è più quello che lei ha dato a me che quello che io ho dato a lei». Non vorresti essere campione del Mondo, come Maradona? «Vorrei essere un ragazzino che comincia a giocare, e che sa che può fare belle cose, e migliorarsi per tanti anni». Cosa farai adesso? «Adesso come fra un minuto, come domani? Non so. Rimango a Torino sinché i miei figli non hanno finito la scuola. Poi vacanze. Poi Nancy, è casa mia». Non giochi un match di addio con la Nazionale di Francia? «Non credo proprio. Dovrei scendere in campo fra un mese, anche se continuerò ad allenarmi non avrò la tensione, giusta per, una partita». Però metterai ancora le scarpe da calciatore? «Senz’altro. Starò in mezzo al calcio, e cercherò di fare anche del moto. E poi qualcuno mi sta organizzando il giubileo». E fuori dal calcio? «Ho tante cose interessanti da fare, alcune da mandare avanti, altre da inventare. Ho grossi progetti, televisivi, con La Cinq. Non credo che i giornalisti siano pochi, comunque vorrei provare a fare giornalismo anch’io». Ti piace ricordare qualche amico, giocatore o no? «Tanti ne ho, in tanti posti. I non giocatori sono amici miei e basta. I giocatori... beh, sono tutti amici». Cosa ti han fatto capire cinque anni d’Italia? «Che il calcio non è più mio. Sono arrivato dalla Francia con il gusto della festa, del gioco fine a se stesso, qui ho fatto in fretta a imparare che conta il risultato, che sei qualcuno se fai il goal. Lo prova questo mio ultimo anno. È stata una lezione anche dura, ma utile per avere successo nel calcio professionistico, cioè nel mio mestiere. Ho imparato che qui il calcio non è mio, è dei tifosi, peraltro con me sempre cari, juventini e no, e di voi giornalisti. E bisogna sempre vincere, partecipare proprio non basta». Adesso lasci questa Italia, per la tua Francia decoubertiniana... «Posso lasciare quelle coppe vinte, non gli amici, che comunque è come se stessero sempre con me». C’è stato un ultimo scambio di battute fra te e l’Avvocato? «Non mi pare. Casomai ho fatto con lui una battuta contro di voi, che ci sembravate aggressivi. Ma non mi sono proprio sentito nel giorno ideale per fare dell’ironia».
È il giorno “magico” di Platini. Non manca nessuno al momento del commiato. In tribuna anche l’avvocato Giovanni Agnelli, che ha voluto Michel in bianconero e che negli ultimi tempi aveva diradato le sue presenze allo stadio, annoiato da una Juve che non lo divertiva più. Ha incontrato Platini prima della partita; l’ha salutato una seconda volta nell’intervallo. Spiega: «Anch’io ho saputo con sicurezza solo cinque giorni fa che avrebbe smesso. Forse neppure lui aveva le idee chiare, o più probabilmente ha voluto nascondere a tutti la verità. Di una cosa ero però sicuro: non avrebbe mai lasciato la Juve per giocare in un’altra squadra. Il suo addio al calcio sarebbe stato completo». Una decisione che in realtà Platini aveva preso già a settembre ma che era riuscito tenere tutta per sé. Continua l’avvocato Agnelli: «Se sia giusto o no che lasci il calcio, non dobbiamo essere noi a stabilirlo. L’importante è che sia la decisione migliore secondo lui. Certo è una giornata piena di tristezza, come capita sempre quando un grande campione se ne va. Platini è stato tra i migliori fuoriclasse di sempre. Lo paragonerei a Manolete. Come lui alla Juve ha fatto solo Sivori». Gli ricordano che per la Juve è stato un affare sotto tutti i punti di vista. Prezzo basso e grande rendimento. Agnelli sorride e aggiunge: «L’abbiamo preso per un pezzo di pane, ma poi abbiamo messo sopra il caviale. Ora il futuro senza di lui sarà un po’ più triste e soprattutto un po’più difficile. La squadra è da rifare e non avremo più a disposizione uno come Michel. Vialli? Dipende tutto da Mantovani e dal fatto che la Sampdoria disputi o no la Coppa Uefa». Non ha consigli per Platini. Conclude l’avvocato Agnelli. «Non credo ne abbia bisogno. Sul suo futuro ha idee chiare. Non farà l’industriale. Lui è un uomo di comunicazione e immagine».
Che fosse una giornata speciale lo ha dimostrato anche Boniperti, che è rimasto in tribuna fino al novantesimo. Poi nello spogliatoio ha brindato con Platini abbracciandolo e baciandolo sotto un putiferio di flash. Commosso, con un nodo alla gola, il presidente ha detto di Michel: «Elogiare Platini come giocatore è fin troppo facile, perché Michel è uno dei grandi del calcio, uno di quelli che hanno fatto epoca, sullo stesso piano dei Di Stéfano, dei Cruijff. Difficile dire se ha dato più lui alla Juve o la Juve a lui. Di sicuro noi serberemo uno splendido ricordo del Platini uomo, della sua simpatia. Purtroppo ci lascia troppo presto. A trentadue anni avrebbe potuto dimostrare ancora la sua grande classe». Confusi tra la folla anche l’ex commissario tecnico della Nazionale francese Hidalgo, il suo manager Genestar, il papa Aldo. Non hanno voluto perdersi un appuntamento storico. I compagni per la prima volta lo hanno visto commosso e imbarazzato. Commenta Marchesi: «Michel ha pianto. Quando i tifosi gli hanno regalato i fiori non ha saputo trattenere le lacrime. È un uomo sensibile ed ha sentito molto il momento così particolare. Lascia da grande come è sempre stato. È uno dei più grandi campioni che abbia mai visto. Resterà nella storia del calcio». Cinque anni di Juve, tanti successi Ecco gli amici che hanno diviso con lui momenti esaltanti. Dice Tacconi, uno che con Platini ha avuto in passato anche momenti burrascosi: «Se ne va un grande calciatore, ma soprattutto un amico. Lascia dentro di noi qualcosa che non si potrà mai cancellare. Io sono orgoglioso di aver giocato con lui».

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