martedì 14 febbraio 2017

Roberto VIERI

La storia del calcio è fatta di tipi stravaganti come Bob Vieri – racconta Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – basta cercare in epoche di meno solido pragmatismo e di più diffusa poesia, come il calcio, nei ruggenti anni Venti; poesia, appunto, condita appena da un pizzico di professionalità. La poesia di Bigatto, strenuo lottatore, è ancora impregnata di rimembranze dannunziane e assai poco propensa alla filosofia pratica del risultato da conquistare ad ogni costo. Per non parlare di Pastore, il centrattacco di quella Juventus, in fondo tardo romantica e tardo garibaldina, che nel ruvido tackle con il “centr’half” avversario, scopre in se stesso insospettate doti drammaturgiche e finisce sul set del nascente mondo cinematografaro. Vieri, tanto per tornare in argomento, in quella Juventus di estrosi protagonisti ci sarebbe stato molto bene.
«Non facevo niente di speciale – si difende Bob – ma si sa com’è, uno si fa una certa fama, i giornalisti ci ricamano sopra. Io non giravo con le galline, non giocavo a poker, avevo i capelli lunghi e la barba ma mica ero un sessantottino. È vero però che d’estate non andavo mai a letto, che correvo in macchina, che facevo delle bischerate. È vero anche che fumavo. Strambo ero strambo. Mia moglie ricorda che gliene ho fatte di tutti i colori. Un giorno la feci venire giù da Parigi e dopo cinque minuti che era arrivata la rispedii via. Ero fatto così. E nel momento più importante mi ritrovai come allenatore Bernardini. Grandissimo. Ma me le dava tutte vinte. Chissà, se avessi trovato uno più severo. Anche Mondonico era matto ai miei tempi, quando giocava. Ma come allenatore! Fu lui, che l’aveva già visto tra i giovani del Torino, a volere Christian all’Atalanta. Gli parlò una volta sola. E poi non gli parlò più. Ma quella volta bastò».
Al termine del torneo 1968-69, altalenante nei risultati e negli umori, c’è aria di gran rinnovamento in casa juventina. È finito il lungo ciclo “heribertiano” e, al posto del trainer paraguagio, arriva un signore paffuto con occhietti sornioni e l’aria navigata di chi del calcio conosce proprio tutto; si chiama Luis Carniglia, è argentino e vanta trascorsi di gran prestigio sia in Italia che all’estero. E arrivano anche giocatori nuovi: lo stopper Morini, che eredita il posto tenuto gloriosamente per anni da Bercellino, Leonardi, ala di ruolo non giovanissima ma indispensabile per un attacco imperniato l’anno prima sul solo Anastasi. E, infine, Vieri dalla Sampdoria, lasciando grande rimpianto fra i tifosi blucerchiati; approda a Torino e l’attesa dei tifosi juventini è naturalmente grande. L’acquisto boom è costato il sacrificio di Benetti e una barca di soldi.
Qualcuno avanza dei dubbi sull’utilità di un giocatore così estroso, in un complesso nel quale già figura Helmut Haller, ovvero l’estro fatto persona. Sono dubbi, si dice, presto destinati a cadere; e poi, proprio nelle file della Sampdoria, Vieri ha giocato partite memorabili contro la Juventus. Lo stesso tedesco è entusiasta: «Giocare a fianco di un giocatore come lui è quel che desideravo – dice Helmut – sono convinto che insieme formeremo una grande coppia. Vieri gioca come facevo io sette anni fa, anche se rispetto a lui vantavo una maggior dinamicità, uno scatto più secco».
Ben venga Vieri, dunque; al primo approccio col nuovo ambiente, Bob ricorda figure antiche e recenti di juventini stravaganti eppur grandissimi. Cesarini, per esempio, aveva lo stesso carattere e caracollava con la stessa indolenza per il campo, in attesa di mettere a segno la zampata che risolveva la partita. E non parliamo poi di Sivori; Bob ricorda il grande Omar non solo nell’aspetto (“cabezon” e calzettoni srotolati) ma anche e soprattutto nell’incedere palla al piede, nella dimestichezza con il pallone. Sono impressioni della prima ora e, magari, si esagera nel gravare di responsabilità il giovanotto, che ha appena ventitré anni e ben poca esperienza a certi livelli. Bob si schermisce: «Omar appartiene a un’altra categoria, altra classe, come lui non ci sarà più nessuno».
Carniglia, dalla sede del ritiro precampionato, si lascia trasportare da entusiasmi squisitamente romantici e ai cronisti, che cercano anticipazioni sulla nuova Juventus attesa alla riscossa, dispensa giudizi entusiastici sul conto di questa mezzala nuova e antica al tempo stesso, che “tiene piedi come mani” e a cui il nuovo trainer juventino non si sente di dover insegnare niente. «Il ragazzo ha classe, non si discute. Subito, però, mi preoccupava la sua tenuta fisica, non mi era parso adatto per coprire molti chilometri. Oggi va decisamente meglio, mi segue, mi ascolta come tutti gli altri. Quando gli ho chiesto di tagliarsi mezzo chilo di capelli se li è tagliati subito, quasi quasi mi finiva sotto peso».
Il tempo delle verifiche non tarda a venire; dopo le partitelle amichevoli, il primo impegno di un certo livello avviene al Comunale contro l’Ajax, vice-campione d’Europa, che viene a collaudare la condizione della Juventus nuova edizione. È una serata calda di inizio settembre e la folla risponde in massa; naturalmente, è Vieri l’osservato speciale e l’ex sampdoriano si cala alla perfezione nella parte. Prestazione orgogliosa, la sua, con momenti davvero entusiasmanti di calcio persino lussuoso. La squadra va a singhiozzo, manca di intesa tra i reparti e la partita vive sugli spunti dei singoli e di Bob; la mezzala gioca nella posizione di regista offensivo, che Carniglia gli ha assegnato, e dal suo piede partono tutte o quasi le offensive bianconere. L’incontro, che si era messo male per la Juventus dopo un goal di Groot in apertura di ripresa, è raddrizzato proprio da due prodezze di Vieri; la prima frutta un’autorete di un difensore olandese su sua stangata dal limite e la seconda consente alla squadra bianconera di aggiudicarsi l’incontro. Una discesa in slalom, nugoli di avversari saltati con un dribbling noncurante e persino sfottente e alla fine botta ravvicinata con palla che va nel punto più lontano per il portiere. Insomma, un esordio alla grande; la gente di fede bianconera esulta e si prepara a far festa per gli impegni che contano.
Si comincia con la Coppa Italia: Vieri, che salta il primo turno per una squalifica rimediata alla fine del campionato precedente, debutta a Bergamo e può ben poco nel grigiore generale della squadra. Qualcosa di meglio si vede in Coppa delle Fiere, ma anche la netta vittoria per 3-1 a spese dei bulgari del Lokomotiv non dissipa tutti i dubbi sulla funzionalità del complesso “carnigliano”. Haller trotterella esattamente come l’anno precedente e quando ha lui la palla tutto va bene; ma capita spesso che il suo avversario diretto si ritrovi smarcato e a centrocampo si soffre tantissimo. Vieri, dal canto suo, non ha certamente attitudini da maratoneta, né Carniglia pretende da lui l’assolvimento di compiti di marcatura; Furino e Del Sol devono in definitiva correre per quattro e la squadra si sbilancia fatalmente.
Il campionato comincia alla grande; il Palermo di Bercellino II e di un certo Causio subisce quattro reti a Torino, con Vieri in cabina di regia e Haller nelle vesti di cannoniere. Già a Verona, seconda giornata, si intuisce che la squadra, così impostata, denuncia preoccupanti lacune e sbandamenti. La coppia formata dal tedesco e da Bob è esemplare sotto il profilo stilistico; classe da vendere e numeri di alta scuola, per la gioia di Carniglia, ma i tempi suggeriscono soluzioni meno spettacolari e più redditizie. Sette giorni dopo la sconfitta di Verona, la Juventus è attesa dal difficile incontro contro il Bologna. I bianconeri iniziano con puntiglio e vanno anche in goal per primi, proprio con Vieri, esecutore di un’esemplare punizione dal limite, con palla tagliata e angolatissima. Non è sufficiente, però; la squadra bolognese corre e marca con maggiore determinazione e il filtro, che il centrocampo bianconero riesce a effettuare, è quanto mai approssimativo.
Le partite successive confermano le difficoltà della squadra a esprimere un gioco apprezzabile; dopo la duplice sconfitta nel derby e con il Vicenza, nella guida tecnica della squadra subentra Ercole Rabitti. La Juventus cambia totalmente; dopo la vittoria sull’Inter, la squadra perde di misura a Napoli e Vieri è nuovamente al centro dell’attenzione. Succede che Bob calcia contro il palo un rigore, buttando alle ortiche un pareggio che avrebbe significato rilancio. È un episodio significativo, ma non è certamente solo per il penalty sciupato che Rabitti accantona Bob nella successiva trasferta di Cagliari. Il nuovo allenatore ha vedute opposte a quelle del suo predecessore ed esige dai suoi giocatori una disponibilità totale, sia in costruzione sia in interdizione. Cuccureddu, il fresco acquisto novembrino, esemplifica le nuove concezioni tattiche e la squadra, corroborata nel tono atletico, comincia a risalire la classifica.
Bob è un capitale tecnico tutt’altro che irrilevante e il suo contributo, pur ridimensionato rispetto alle previsioni iniziali, sarà comunque apprezzabile. Il rientro contro la Fiorentina non dice molto, ma ben di più significa la sua prova a San Siro contro il Milan, sette giorni più tardi. All’inizio della ripresa è un suo piccolo capolavoro che permette alla Juventus di passare in vantaggio; ancora una lunga discesa in dribbling, finte e controfinte quasi a ritmo di danza e poi il tiro, a mezza altezza, sul quale Cudicini, che pure si allunga, non riesce ad arrivare.
Vieri ha disputato – scrive Bruno Bernardi su “Stampa Sera” – sotto lo sguardo del padre, la sua miglior partita di questa difficile stagione juventina. Dopo il goal, un “goal alla Sivori”, ha pianto di gioia. Alla fine ha vanamente chiesto all’arbitro di cedergli il pallone a ricordo della partita. Di se stesso non ha voluto parlare, né del confronto a distanza con Rivera: «Sono felice e basta, si è giocato bene. Ho visto una grande Juve che, dall’inizio alla fine, ha sempre tenuto in pugno il risultato. Una Juventus che avrebbe sconfitto qualsiasi avversario».
Il paragone con il grande Omar si ferma lì – conclude Giacone – una prodezza significa tutto e nulla, nel calcio oramai ben poco romantico dei nascenti anni Settanta. Vieri non è un brocco, come frettolosamente i denigratori, delusi dalle sue prime esibizioni in campionato, lo avevano definito. Vieri ha talento da vendere ma non basta questo per fare un fuoriclasse; bastava, forse, nella Juventus pigliatutto di Cesarini e ancora in quella assai più vicina di Sivori e degli altri fuoriclasse. Proprio con Sivori si è chiusa un’epoca e troppo tardi arriva Bob Vieri per riproporre tempi irrimediabilmente superati.
È ceduto alla Roma e da qui al Bologna dove, accanto a Bulgarelli, disputerà memorabili prestazioni. In seguito, un continuo peregrinare in formazioni minori prima del viaggio in Australia, dove troverà un ingaggio, presso il Marconi di Sydney. «Avevo trentatré anni, ero finito. Mi offrirono un contratto per fare otto partite con una squadra di Sidney, il Club Marconi. Aveva 8.000 soci e si finanziava con le slot machine. “Andiamo a vedere – dico a Nathalie – ci vediamo l’Australia gratis e in più mi pagano”. Ventiquattro ore di volo, Madonna bona! Ma quando arrivammo lì. Un paese stupendo! Di spazi, di aria. Non ce ne sono altri al mondo, di paesi cosi».
Ritorna alla ribalta negli anni Novanta, quando i figli Max e, soprattutto, Christian calcano i campi di calcio, ripercorrendo le orme del padre; particolare curioso, entrambi i figli militano nella Juventus, anche se Max non avrà mai l’onore di indossare la maglia bianconera in partite ufficiali.


GIOVANNI ARPINO, “LA STAMPA” 15 OTTOBRE 1969
«Dica lei: le sembro un ragazzaccio?», mi interroga corrugando la fronte. Ha le basette molto fiorite, i capelli che gli spiovono sugli occhi e lo sguardo che a prima vista appare un po’ torbido. Uno dei tanti giovani d’oggi, poco più che ragazzi, che fanno l’autostop con lo zaino lungo le strade d’estate, che suonano la chitarra, che occupano le aule universitarie. Lo si potrebbe incontrare in un caffeuccio della “riva sinistra” a Parigi, o nel giardino dei capelloni a Juan-les-Pins, o a una festa hippie a Londra. Invece ha una Porsche rossa parcheggiata sotto casa, una camicia color aragosta, una caviglia gonfia e bendata, e una certa ritrosia che ogni tanto si libera per lasciar scattare la risposta pronta, leale.
Ecco Roberto Vieri, mezzala juventina, uno dei giovani calciatori che stanno facendosi largo per i sentieri del football nazionale. Un tipo e un carattere di giocatore nuovo, che in Inghilterra si chiama Best, in Olanda si chiama Cruijff, in Italia si chiama Bertini, Bedin, Chiarugi, e appunto Vieri, che come Bertini è nato a Prato, come lui ha fatto il macellaio, come lui è noto per il carattere estroso, la battuta pronta, il temperamento non proprio docile. Dopo gli anni trascorsi a Genova, dov’era più o meno un reuccio («ho tanti amici a Genova, però quando si perdeva non era la Sampdoria a essere giudicata sconfitta, bensì io»). Si trova a Torino da poco, non conosce la città, appena le strade che portano in centro e allo stadio. Nel suo alloggetto di scapolo, niente di superfluo, un tavolo rotondo, un divano, e il cane Titina che corre e guizza e trema da vero chihuahua. Parlando, muove le mani, si contrae in viso, fa lavorare i muscoli delle guance. Via via ha imparato a controllarsi. «Fin da ragazzo ero conosciuto come un toscanaccio, uno che ribatte la parola. Naturalmente sono cresciuto, adesso mi domino».
Non parliamo del derby torinese trascorso, né delle convocazioni per la Nazionale, né dei Mondiali in Messico, aspirazione di ogni campione del football. Discutiamo divagando, è una giornata di riposo per un professionista del calcio, che sul campo si spreme come un dannato, secondo alcuni critici spendendosi anche troppo. Si diverte ancora a giocare? «Sì, mi piace, molto. Però, divertirsi è più difficile. Il calcio è duro, oggi, bisogna spingere come dannati, essere dappertutto per novanta minuti». Non ha atteggiamenti da divo, non cerca di creare un diaframma che lo protegga, tace volentieri, i muscoli facciali sempre in movimento. È in salute, dorme bene, il lunedì è la giornata più difficile, perché si ripensa agli errori commessi, alla vittoria sfiorata e non raggiunta. Di colpo ride scoprendo i denti: «Il calcio è bellissimo quando si vince». Si alza, si risiede, trascinando un piede appena infilato nella scarpa. È un piede, è una caviglia, che devono riprendersi da una botta. Segue il cane con occhi ridenti, e il cane corre, si lascia abbracciare, finge di mordere. È stato anche operaio. «Sono abituato al fatto che da me si pretenda sempre molto. È stato così da sempre», confessa con brusco pudore.
Forse per questo gli piace stare in casa, appena può, in vari mesi a Torino avrà visto sì e no quattro o cinque film, tra cui un western troppo violento e quindi inevitabilmente monotono. Tormenta un pacchetto di sigarette con le mani, ma non fuma, offre un whisky, ma non beve, se suona il telefono, e viene costretto a una lunga chiacchierata con un parente, la voce infoltisce le parole quasi confondendole, con la noncuranza e l’annoiata rassegnazione tipica in un ventenne, che non si lascia sorprendere da nulla, per cui tutto è più o meno normale. Un amico che gli tiene compagnia approfitta d’un attimo d’assenza per dire che sotto la scorza il Bob, come già lo chiamano molti tifosi, è un cuor d’oro, un ragazzo assennato, tutti i suoi estri sono quelli d’un giovane del nostro tempo, non bizzarrie di un campione sregolato. «Quando esco dal campo dopo gli allenamenti, tra i gruppetti dei tifosi ci sono sempre dei tizi che criticano la mia automobile, le basette. Si fermano ai particolari, non pensano mai alla sostanza», sogghigna lui rimettendosi a sedere.
È un sentimentale, sa sostenere benissimo la responsabilità piovutagli addosso in una squadra di rango, però è geloso dei propri pensieri, della vita privata. Detesta i pettegolezzi, sa benissimo che ne basta uno solo a trasformarsi in fastidiosa etichetta. Non si lamenta della prigione d’oro in cui vive un campione, ma in certi toni lascia capire come la vita spensierata d’un tempo, quand’era operaio e toccava i primi palloni, è cancellata, un capitolo chiuso. Oggi, a ventitré anni, è battaglia: per maturare, durare. Per vincere, sapendosi amministrare nel nome, nella salute. Dalla finestra di casa Vieri si vedono le strade che portano a Piazza Vittorio, qualche bambino che gioca nel sole, i tavoli di un’osteria con giochi di bocce. Vi abitava prima Salvadore, il terzino bianconero che ha dovuto cambiare alloggio dopo la nascita del secondo figlio: nelle tre stanze, Vieri si aggira con l’irrequietudine d’un ufficiale di picchetto, che ha preso il posto lasciato da un collega e che a sua volta lo cederà a un nuovo collega. Una valigia pronta, un paio di scarpe bullonate e la strada che porta al campo o al ritiro. Può essere tutto, a ventitré anni, e può essere niente: Roberto Vieri, mezzala bianconera, sa d’avere cominciato oggi a costruire se stesso. Le carte buone da giocare sono ancora nel mazzo.

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