venerdì 10 febbraio 2017

Carlo VOLPI

Arriva dal Mantova all’indomani del tredicesimo scudetto conquistato proprio con l’indiretto concorso della squadra virgiliana, che ha piegato i neroazzurri di Herrera all’ultimissima giornata; non c’è juventino autentico che non ricordi quel primo giugno del 1967. Sono scampoli di gloria che la pattuglia “heribertiana” ha ampiamente meritato, con lo strenuo impegno e un’eccezionale volontà di emergere e lottare; ma i bianconeri devono confermare quei sorprendenti risultati e, contemporaneamente, tentare l’assalto alla Coppa dei Campioni. Heriberto chiede rinforzi, ma chi ha i fuoriclasse se li tiene ben stretti e, perciò, arrivano soltanto due pedine di ricambio, Simoni e appunto Volpi, che è centrocampista assai versatile e perciò utilizzabile come jolly.
Si presenta a Torino con la zazzera impertinente e il volto spensierato di sempre. Dice cose sincere, piene di buon senso: «Se a inizio stagione mi avessero fatto balenare la possibilità di un passaggio alla Juventus, l’avrei presa per uno scherzo. Io mi sentivo già un arrivato nei miei limiti. Contavo di chiudere a Mantova o al massimo alla Sampdoria».
Non ha timori: «Un professionista deve essere pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio, a me la vita dura non fa paura».
Gigi Simoni garantisce per lui: «La prima volta che giocai con lui in campionato risale al 29 settembre 1963 a San Siro contro l’Inter. In quell’occasione formavamo la coppia di ali del Mantova: Volpi a sinistra, io a destra. Volpi, che in quel periodo figurava prevalentemente come punta o ala tornante, si è poi trasformato definitivamente in un ottimo centrocampista. È un atleta dotato di un’eccezionale vitalità ed è senz’altro adattissimo per la Juventus».
Le presenze di Volpi in quel campionato tutto sommato positivo, anche se pregiudicato da più di un’incertezza nella fase centrale, non sono troppo numerose ma significative: l’ex mantovano, pur senza avere le capacità per pilotare il gioco della squadra, ha classe sufficiente per ben figurare accanto a colleghi del calibro di Del Sol e Leoncini. Semmai gli fa difetto la grinta ed è per questo che Heriberto non lo impiega che saltuariamente.
L’esordio al Comunale, contro la Roma è positivo, anche se coincide con una sconfitta: Volpi, impiegato in marcatura su Capello, si disimpegna con discernimento e non si lascia mai sovrastare; ma neppure fa molto per contrastare l’avversario sul piano dinamico. Le stesse pecche contraddistinguono altre sue prestazioni, contro il Cagliari e contro il Bologna. L’ultima partita, in primavera, lo vede più autoritario; contro il Vicenza è tra i migliori, la vittoria è anche merito suo.
Ma il suo modo di giocare non convince troppo; alla fine del torneo nessun addetto ai lavori sa con precisione attribuirgli una veste tattica precisa; è immaginabile che un jolly non può diventare un mediano di spinta oppure un regista consumato, ma così com’è non serve molto alla Juventus.
Volpi è stato, possiamo dire, sfortunato. Nella stagione successiva, con l’introduzione del tredicesimo in panchina, uno che sapesse ricoprire molti ruoli sarebbe stato l’ideale. Ma in bianconero Volpi non avrà modo di rifarsi. Nella rivoluzione che contraddistingue l’estate 1968 della Juventus, con grandi nomi in arrivo e tante partenze, anche Volpi è dirottato altrove.


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