martedì 28 febbraio 2017

Dino ZOFF

«È stato unico come portiere – scrive il sommo Vladimiro Caminiti – per la sobrietà dello stile non privo di un suo fascino misterioso, segreto, che risaltava in certe partite all’estero, ad esempio in Inghilterra, al forcing martellante cross su cross dei fondisti inglesi, il suo spazzare l’area di rigore con uscite monumentali per tempismo e autorevolezza atletica. Ma più di tutto ha avuto, come portiere, mente e fisico corrispondenti come nella massima di Giovanale (“mens sana in corpore sano”) da cui questo suo rendimento inattaccabile, e le sue mani sempre intatte (un solo infortunio fisico in una carriera interminabile), e la sua strategica sapienza nell’interpretare il ruolo su se stesso, fuori da ogni tradizione. Nessun campione di calcio somiglia a Zoff nell’asprezza contenuta del carattere, così poco facondo e così fecondo di risolutive intuizioni. Il suo sodalizio con Scirea è bellissimo sul piano umano; Boniperti se ne ricorderà il giorno che lo promuove allenatore. per affiancarglielo. Poi, Scirea muore tragicamente e Zoff rifiuta qualsiasi altro secondo».

lunedì 27 febbraio 2017

Giuseppe GRABBI

Aveva cominciato a giocare all’ala destra e terminò come mediano laterale. Era piccolo, coraggioso, velocissimo, portava avanti la palla con sicurezza, sapeva crossare molto bene e si inseriva nella manovra offensiva per tirare verso la porta avversaria. Aveva l’abitudine di guardare molto il pallone quando correva, ma sapeva vigilare sull’andamento del gioco. Era studente in ingegneria e giocava per puro diletto, nel senso che lo faceva con grandissima passione, frequentando assiduamente tutti gli allenamenti. Il suo gioco non era molto appariscente ma redditizio, dava calore più di quanto desse luce. Fu una pedina quasi insostituibile nella Juventus che, nel 1925, conquistò il titolo di Campione d’Italia. Grabbi, vestì la maglia azzurra come ala destra, il 20 gennaio 1924, nella partita disputata a Genova contro l’Austria. In totale, Giuseppe (nonno di Corrado che giocherà qualche partita nella prima Juventus di Lippi) indossò la maglia bianconera dal 1921 al 1927, collezionando ottantaquattro presenze e quattordici goal.

Carl Aage PRÆST

Præst è una fiaba nordica raccontata su un campo di calcio – scrive Sergio Di Battista nel libro “La storia della Juventus” – ha un nome Carl Aage da figlio di re ma suo padre faceva il macchinista navale e la madre gestiva uno spaccio di latte e formaggi; c’era anche uno zio, asso nella squadra di un paese di pescatori, sulla costa dello Jutland: da lui imparò a tirare i primi calci, ma chissà se aveva davvero bisogno di un maestro. Per giocare a Copenaghen, dove era nato alla fine del febbraio 1922, si iscrisse a un club pagando una quota mensile di 200 lire. Molti anni dopo, per averlo, la Juventus avrebbe sborsato una cifra inferiore ai venti milioni. Quando arrivò a Torino, alto, biondo e sempre ben pettinato, con l’aria da principe, magari un po’ amletico, aveva ventisette anni ed era già un campione affermato. Giocava nel Frem di Copenaghen, era titolare nella Nazionale danese dove occupava quasi sempre il ruolo di centravanti.

domenica 26 febbraio 2017

Virginio ROSETTA

Prima di lui il pallone era inteso solo per assestargli solenni calcioni – ricorda Caminiti – c’era chi ci si dilettava con palleggi di sconfinata amorosità, come il terzo dei cinque sciagurati fratelli Cevenini, che si fumava cento sigarette al giorno e tutti i portieri della terra, compreso Combi che faceva impazzire in allenamento: «Noi mordevamo il freno a Vercelli per dover giocare senza prendere una lira», ha raccontato un giorno degli anni Sessanta Viri Rosetta, cinquantadue volte azzurro, mille volte campione. Giocava con la testa, nel senso che usava i due piedi in modo perfetto, evitando scrupolosamente di sporcarsi i capelli sempre imbrillantinati. È possibile che non abbia mai colpito il pallone di testa. Nella sua Juventus, a questa incombenza provvedevano in parecchi, soprattutto Monti e Bertolini. «È stato il più grande terzino da me conosciuto – ha detto Giovanni Ferrari – nel gioco di testa non era un campione, ma il suo senso della posizione gli permetteva di fare a meno di quest’arma. Non si allenava molto e per questo in campo non lo si vedeva mai scorrazzare in lungo e in largo. Sbarrava la sua zona e basta. Quanto agli accordi con il portiere, lui passava il pallone a Combi a occhi chiusi o, per lo meno, senza guardare. E novantanove volte su cento Combi era là. La centesima volta, beh, era perdonato, tanto più che in genere un gran balzo di Combi ci metteva ugualmente una pezza».

sabato 25 febbraio 2017

JUVENTUS - EMPOLI

Torino, 21 dicembre 1997: JUVENTUS-EMPOLI 5-2
JUVENTUS: Peruzzi (dal 46’ Rampulla); Birindelli, Ferrara, Iuliano e Torricelli; Di Livio (dall’80’ Dimas), Conte, Davids e Zidane; Del Piero e Inzaghi (dal 77’ Fonseca). Allenatore: Lippi.
EMPOLI: Roccati; Fusco, Baldini (dal 79’ Bettella), Bianconi e Ametrano (dal 67’ Cribari); Pane, Ficini, Martusciello e Tonetto; Florijančič (dal 75’ Bisoli) ed Esposito. Allenatore: Spalletti.
ARBITRO: Serena di Bassano del Grappa.
RETI: Inzaghi al 15’, Del Piero al 16’ e al 26’, Florijančič al 40’, Del Piero al 55’, Esposito su rigore al 72’, autogoal di Tonetto al 76’. 

venerdì 24 febbraio 2017

Sergio GORI

«È un ragazzo estremamente educato – scrive Alberto Refrigeri su “Hurrà Juventus” – non alza mai la voce, ha le idee chiare e le esprime con disarmante semplicità. Quando parla ti guarda fisso negli occhi, sempre, tranquillo e sicuro di sé. Un ragazzo, insomma, veramente a posto, con il quale capisci subito la facilità del dialogo, con il quale comprendi di poter affrontare qualsiasi argomento, che le sue risposte non saranno mai evasive o di difficile interpretazione, ma profonde e categoriche». Bobo diventa juventino nell’estate del 1975; arriva da Cagliari a rinforzare una squadra che ha vinto lo scudetto e si appresta a disputare la Coppa dei Campioni.

Bruno NICOLÈ

In una caldissima domenica di giugno del 1957, la Juventus gioca allo stadio Appiani di Padova contro la formazione di casa. L’undici bianconero naviga a centro classifica, non bastano la classe di Boniperti, di Hamrin e di Corradi, la grinta di Garzena e Nay, la dedizione di Colombo e Montico per dare slancio e sostanza al gioco. La partita con il Padova si annuncia difficile. Nelle file della Juventus c’è anche Stivanello, che nel Padova aveva appunto giocato la stagione precedente, il quale avverte il compagno Nay: «Stai attento al ragazzino che gioca centravanti. Ha appena sedici anni ma possiede le doti del campione: uno scatto pazzesco e un tiro che non perdona!».

giovedì 23 febbraio 2017

Carlo DELL’OMODARME

Maggio 1963: il campionato non ha più nulla da dire, l’ha vinto l’Inter di Moratti, Herrera e, da poco tempo, anche di un giovincello dal nome famoso: Mazzola e il ricordo vola a Superga, lontana ma sempre presente. La Juventus si è arresa per ultima alla superiorità dei rivali meneghini; è seconda, le ultime tre giornate sono pura formalità. In casa bianconera si comincia prestissimo a pensare ai rinforzi, l’Inter non può vincere sempre, si pensa, basta trovare qualche pedina buona. E i primi acquisti sono con il botto, la concorrenza è battuta sul tempo: Adolfo Gori, terzino e Giampaolo Menichelli, ala sono il meglio che il mercato offra: per il romanista c’è stato un grande tira e molla, i tifosi della capitale non volevano sentire ragioni, Menico doveva rimanere a Roma.

Guglielmo GABETTO

Torinese doc, nasce il 24 febbraio 1916. Alla Juventus, si forma nelle file della “Zebra” (a squadra dei giovani) come il suo coetaneo Piero Rava e, appena diciottenne, debutta in prima squadra, a Vercelli, nel campionato 1934-35, arrivando dunque in tempo per festeggiare il quinto scudetto consecutivo juventino. «Nel vociare della festa Guglielmo Gabetto, invece, si dà da fare – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – lui è un cittadino sul serio, per carattere. È estroverso. Ride e scherza, balla, sfodera sorrisi e ogni tanto si defila in bagno e accende da fumare. Sempre meglio “tirar due note” di nascosto, che mostrare l’abitudine in pubblica, pensa. Farsi vedere dalle persone, lì convenute, s’intende; perché in Borgata Aurora dov’è nato e abita, fuma anche per strada, se gli va. Ma in Juventus è meglio evitarselo, è preferibile non farsi ripetere da Mazzonis che “un giocatore, ancora più se giovane, le sigarette non le dovrebbe conoscere”. “E bravo il nostro Guglielmo”, va intanto dicendo più d’uno. Nel sentir fare i complimenti a uno dei suoi gioielli, Beccuti s’illumina. Ne ben donde di gongolare il bravo allenatore delle zebrette, già giocatore juventino in tempi pioneristici. Lui solo sa con quanto amore ha supportato sin da piccolo questa macchietta che è Guglielmo, simpaticissimo, argento vivo in corpo, che in campo si tramuta in fantastici colpi calcistici».

mercoledì 22 febbraio 2017

Riza LUSHTA

Da quando la Coppa Italia venne istituita, cioè dal 1922 – scrive Dante Grassi su “Hurrà Juventus ” dell'ottobre 1979 –  nelle trentuno edizioni che seguirono la Juventus ha fatto naturalmente la parte del leone aggiudicandosene ben sei, vale a dire una percentuale dell’ordine del 19,35. In campionato, e lo aggiungo per gli amanti delle statistiche, la Juventus, nettamente al vertice con i suoi diciotto scudetti su settantasei tornei finora disputati, ha fatto ancora di meglio in quanto la percentuale di successi sale all’incredibile quota di 23,68. Il perché sono partito dalla Coppa Italia per arrivare poi a parlarvi di Riza Lushta è facilmente spiegabile. Proprio il simpatico attaccante di una romantica Juventus degli anni Quaranta fu infatti, come vedremo, uno dei principali artefici del successo (il secondo della serie) conseguito dalla compagine torinese nella coppa di casa nostra, manifestazione che dal 1960 ha ottenuto una valorizzazione internazionale in virtù della Coppa delle Coppe a cui è collegata.

martedì 21 febbraio 2017

Antonio BRUNA

Comincia a giocare nelle file dell’Omegna, il suo paese di origine. Qualcuno lo vede all’opera e, presto, è invitato a indossare la maglia bianconera; tutto questo, avviene nel 1918, all’indomani della fine della Grande Guerra e alla ripresa dell’attività calcistica su scala nazionale. La Juventus, nella stagione 1919-20, si presenta con la fortissima coppia di terzini formata da Novo e da Bruna. Quest’ultimo, malgrado un’apparente fragilità, è atleta di provata solidità, scattante, tempista, irruente, eccellente colpitore di testa. L’intesa con Novo è perfetta, quasi meccanica. Convocato per il torneo calcistico delle Olimpiadi di Anversa del 1920, con lui andrà pure un giovanissimo Virginio Rosetta, che poi erediterà la maglia della Juventus. A causa delle sue precarie condizioni fisiche, Netu smette di giocare molto presto; nonostante questo, indossa per ben novantacinque volte la maglia bianconera, realizzando anche una rete.

lunedì 20 febbraio 2017

Luciano BODINI

Nasce a Leno, in provincia di Brescia, il 12 febbraio 1954. Cresciuto nell’Atalanta, squadra con la quale (dopo una fortunata parentesi alla Cremonese) debutta in Serie A, l’11 settembre 1977. «Ho cominciato in una squadretta d’oratorio, a Brescia, ma a tredici anni ero già all’Atalanta e a diciassette finivo già in panchina con la prima squadra, in seguito ad un incidente che aveva tolto di mezzo il secondo portiere Rigamonti. Poi, a vent’anni, vado a Cremona, e gioco in Serie C: 108 partite, tante soddisfazioni ed è già ora di tornare a Bergamo. Gioco solo otto volte il primo anno, anche a causa di un serio infortunio, ma mi rifaccio in pieno l’anno dopo, rivalutandomi, anche se la squadra va così e così e retrocediamo. Ed eccomi alla Juventus».

domenica 19 febbraio 2017

Gianluca ZAMBROTTA

«Lombardo di Como – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – è un giovane esterno di molta validità qualitativa e quantitativa prelevato dal Bari. Moschettiere nell’aspetto e nel fare, incarna alla perfezione il prototipo dell’atleta-calciatore per il suo ecletticismo. Se necessita, sa adattarsi (e bene) in ogni zona del campo. Sicuro di sé, come si usa dire, non patisce il salto di categoria e, ben presto diventa una pedina importante non solo della Juventus, ma della Nazionale». È la stagione 1999-2000 e l’allenatore Carlo Ancelotti lo schiera come esterno destro della sua difesa a cinque; ma è con Marcello Lippi, due stagioni dopo, che Gianluca si consacra definitivamente. Il tecnico toscano, infatti, ritornato alla Juventus, lo inventa terzino sinistro; Zambrotta si esprime sin da subito ad altissimi livelli, diventando uno dei migliori interpreti del suo nuovo ruolo.

sabato 18 febbraio 2017

Roberto BAGGIO

Giovane talento nato in provincia di Vicenza – scrive Renato Tavella nel suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – e passato a deliziare il palato, sempre esigente, dei tifosi della Fiorentina. La vicenda che lo conduce alla Juventus trattiene tutti gli ingredienti dei “gialli” d’autore. La piazza fiorentina che scende in protesta per conservare il suo “gioiello”. Quella bianconera che vede nell’astro emergente la possibilità di rimettere sul gradino più alto la squadra del cuore. Le schermaglie fra le due dirigenze; le voci continuamente smentite, messe in circolazione dai giornali, che vanno a nozze quando si creano situazioni tanto viscerali. Poi il personaggio, il protagonista. Baggio è un ragazzo sensibile, dice che il cuore conta e anche davanti al danaro sa far valere le sue ragioni. Firenze è una città che ama, la squadra gli piace, l’ambiente lo carica. Alla Juventus, che sarà? La vicenda avvince, si scrivono fiumi di parole. In verità, la bravura del giocatore giustifica tanto trambusto. Ha talento. Gioca con fantasia, è ambidestro, segna e fa segnare i compagni. Il carattere è un po’ ombroso, ma l’uomo deve ancora crescere e farsi.

Gino STACCHINI

Romagnolo di San Mauro Pascoli (Forlì), classe 1938, Gino Stacchini arriva alla Juventus nell’estate del 1955 e ha in comune con Muccinelli, il suo predecessore, il ruolo di ala e la gioia di vivere dei romagnoli. Rispetto al più anziano conterraneo ha però un grande vantaggio: la Juventus non ha grandi alternative nel ruolo e, con un allenatore come Sandro Puppo che ama i giovani e dà loro piena fiducia, Gino parrebbe avere la strada spianata. Invece, Stacchini fatica non poco a farsi largo, perché un altro giovane, Stivanello è il suo nome, ha più grinta ed è più concreto sotto porta, diventando di fatto il titolare quasi inamovibile della maglia numero undici.

venerdì 17 febbraio 2017

JUVENTUS - PALERMO

15 aprile 1973, Stadio Comunale di Torino
JUVENTUS – PALERMO 4-0
JUVENTUS: Zoff; Spinosi e Marchetti; Cuccureddu, Morini e Longobucco; Haller, Causio, Anastasi (Altafini dal 46’), Savoldi e Bettega. Allenatore: Vycpálek
PALERMO: Girardi (Ferretti dal 46’); Fumagalli e Pasetti; Arcoleo e Viganò, Landini; Favalli, Vanello, Troja, Reja (Vallongo dal 70’) e Ballabio. Allenatore: Biagini
Arbitro: Lenardon di Siena
Marcatori: Bettega al 2’, Landini autorete al 13’, Ballabio al 18’, Causio al 45’ e Haller al 47’

giovedì 16 febbraio 2017

Angelo PERUZZI

La leggenda racconta che a Blera, il paese in provincia di Viterbo dov’è nato, Angelo allenasse la presa ferrea delle mani cercando di afferrare i pesci nei ruscelli. La passione originaria, quasi genetica, è per la pesca. Ma la prodigiosa abilità delle mani trova sfogo anche altrove, per esempio nel ruolo solitamente meno amato dai ragazzini che giocano a pallone. Nasce così, quasi per scherzo, il portiere Peruzzi. La prima squadra è quella di Blera. Il passatempo diventa, in breve tempo, una cosa più seria. Angelo è notato dagli osservatori della Roma, che convincono papà Francesco e mamma Francesca ad affidarglielo. Non è facile, perché l’idea che il figlio tredicenne trascorra lunghi periodi fuori di casa è accettata con molte riserve, ma alla fine il ragazzo si trasferisce nella foresteria giallorossa della Montagnola.

mercoledì 15 febbraio 2017

Adolfo GORI

Sbarca in riva al Po ben prima del tradizionale calcio mercato del 1963; la Spal si presenta al Comunale torinese per l’ultima giornata del campionato e già si parla del passaggio in bianconero di Gori e di un altro pezzo pregiato del vivaio ferrarese, Dell’Omodarme. Quella partita, che sa oramai soltanto di commiato e di smobilitazione tra due formazioni paghe per opposte ragioni (Spal già in salvo, Juventus seconda, con scudetto sfumato a vantaggio dell’Inter tre domeniche prima), Gori la vede dalla tribuna. Nonostante questo, il neo juventino avrà prestissimo modo di mettersi in luce, con i nuovi colori. Finito il campionato, la squadra bianconera onora al meglio l’impegno internazionale della Coppa delle Alpi e trasferisce, armi e bagagli, in terra elvetica, anche i nuovi acquisti, unitamente alla vecchia rosa al completo.