venerdì 21 aprile 2017

Jorge ANDRADE

Nasce a Lisbona, il 9 aprile 1978 e inizia la carriera nelle file dell’Estrela Amadora. Nella stagione 1999-2000 è notato dal Porto, che lo acquisisce nell’estate seguente. Giocando come centrale di difesa nei Dragoni matura le sue doti di forza, equilibrio, passo e distribuzione di palla, tanto da esordire con la nazionale nel novembre 2001. Dopo la sfortunata avventura al Mondiale del 2002, è acquistato dal Deportivo la Coruña e, durante la permanenza in Spagna, subisce il primo grave infortunio al ginocchio sinistro: il 5 marzo 2006 si procura la rottura del tendine rotuleo nella gara contro il Barcellona che lo tiene lontano dai campi per nove mesi. Nonostante questo, è corteggiato in varie occasioni da numerosi club, tra cui Chelsea, Liverpool, Manchester United, Barcellona e Valencia. Alla fine a spuntarla è la Juventus, che lo acquista a titolo definitivo nel luglio del 2007, pagandolo dieci milioni di euro.
Il 23 settembre, al nono minuto del secondo tempo della partita Roma-Juventus, si infortuna di nuovo molto gravemente: la diagnosi parla di rottura totale della rotula del ginocchio sinistro, infortunio simile a quello del 2006, che lo costringe a uno stop di quattro mesi. Nonostante il primo intervento chirurgico effettuato a Marsiglia, a marzo è nuovamente operato allo stesso ginocchio a Cascais, vicino Lisbona. Il rientro in campo, inizialmente previsto per gennaio, è spostato all’inizio della successiva stagione, cosa che gli impedisce di partecipare agli Europei in Svizzera e Austria. La prima stagione in bianconero si conclude, quindi, dopo appena quattro partite.
Comincia il campionato successivo con tante speranze, ma l’11 luglio 2008, nel corso della preparazione estiva bianconera a Pinzolo, si procura un nuovo infortunio allo stesso ginocchio con recidività della frattura della rotula sinistra che lo costringe a subire un nuovo intervento. All’inizio di aprile del 2009, la Juventus e Andrade raggiungono un accordo per risolvere consensualmente il rapporto e «definire amichevolmente i procedimenti pendenti avanti il Collegio Arbitrale della Lega Calcio. Il calciatore sarà, quindi, sciolto dal suo tesseramento con la Juventus e potrà proseguire la sua carriera professionistica con altri club. La Juventus augura ad Andrade i migliori successi per il suo futuro professionale, sia a livello di club che di rappresentative nazionali».


LORIS GHERRA, “HURRÀ JUVENTUS” SETTEMBRE 2007
Era il punto fermo che mancava. Il regista della difesa, il centrale di esperienza e qualità che la Juventus stava cercando nel ruolo che la critica considerava decisivo per il ritorno in Serie A. Ventinove anni, forte di oltre cinquanta presenze in Nazionale, Jorge Manuel Almeida Gomes Andrade è l’uomo in più della retroguardia di Ranieri. Un giocatore di livello internazionale, che si è aggregato al gruppo con l’umiltà di un ragazzino, ma che in campo ha subito preso il comando delle operazioni davanti a Buffon. “Hurrà” ha incontrato Jorge in un giorno di agosto, tra un’amichevole e un allenamento, per conoscerlo e presentarlo ai lettori. Ne viene fuori il ritratto di un ragazzo semplice, di un giovane che al primo posto mette la famiglia e la fede e che ha voglia di vivere questa nuova esperienza per scrivere pagine importanti nella storia della Juventus.
Jorge, com’è nata la tua passione per il calcio? «Mio padre, Manuel, da giovane giocava nell’Estrella da Amadora, quand’era in Terza Divisione. Era bravo, ma i soldi non bastavano per mantenere la famiglia e così dovette lasciare il calcio. Ma la sua passione per il calcio ci ha accompagnato per tutta la nostra infanzia. A otto anni io, a undici mio fratello, siamo entrati nella squadra giovanile della sua squadra e da lì è iniziata la mia carriera. Nel 2000 sono andato al Porto: lì sono rimasto due anni, poi è arrivato il Deportivo La Coruña».
E ora la Juventus… «Quando sono passato al Porto e poi in Spagna al Deportivo, ho sempre sognato di giocare all’estero in una squadra conosciuta in tutto il mondo e forte di grandi campioni. La Juventus è un gigante del caldo mondiale e per me è un motivo di orgoglio vestire la casacca bianconera».
In Portogallo hai tua moglie e due bambini. «Sì, mi sono sposato nel 2000 con Sara e nel 2003 abbiamo avuto due gemelli, Tiago e Lucas. Mi hanno seguito a La Coruña e ora aspettano che mi sistemi a Torino per raggiungermi. Da quando sono qui ho già avuto comunque occasione di andarli a trovare due volte».
Come ti trovi in Italia? «Benissimo. Conosco poco dell’Italia: Torino e Milano perché ci sono stato a giocare. Ma spero presto di visitare Roma e andare a San Pietro per vedere il Papa. La mia famiglia è molto cattolica ed io credo in Dio e nella Chiesa. La mia fede mi ha sempre dato molta forza, anche nel calcio. E poi, passando dal sacro al profano, c’è la cucina: qui in Italia è straordinaria. La adoro, non vedo l’ora di scoprirne i segreti».
Del resto sei un po’ in famiglia anche qui, Tiago è un tuo compagno di Nazionale e il mister Ranieri allenava in Spagna e parla spagnolo. «Con Ranieri mi sono subito trovato bene, è un ottimo allenatore. L’ho incontrato più volte quando allenava il Valencia. Tiago poi è un amico, ci conosciamo da tanto tempo, abbiamo giocato molte partite insieme in Nazionale e sono contento sia anche lui qui, alla Juventus. Sì, è importante avere in squadra altri compagni che arrivano da fuori, fa sentire meno isolati. Ma soprattutto è ancora più importante trovare un allenatore con un’esperienza internazionale, perché riesce a capire i problemi che si possono avere quando si giunge in un posto nuovo, in un paese diverso, con una lingua differente».
Che ricordi hai della Juventus come avversaria? «La mia prima volta contro la Juve era fissata per la sera del 12 settembre 2001: era Porto-Juventus, una partita di Champions. Poi accadde l’imprevedibile: l’attacco alle Torri, la tragedia di New York. La gara fu rimandata di un mese e finì 0-0. Poi, il 23 ottobre a Torino, perdemmo 3-1 con goal di Del Piero, Montero e Trézéguet e uno di Clayton. Per me fu una grande emozione scendere in campo contro una squadra blasonata come la Juventus. Con il Deportivo l’ho incontrata altre tre volte, sempre in Champions».
E ora cosa ti auguri per il tuo futuro bianconero in questa stagione 2007-08? «Dopo le vicende dell’anno scorso, essere tornati in Serie A è uno stimolo in più per la squadra, per dimostrare al mondo che la Juventus è tornata fra le grandi ed è tornata per vincere. Per me è bello e importante iniziare a giocare qui a Torino proprio nell’anno del riscatto e contribuire al successo bianconero nel campionato italiano».
Rui Barros, Paulo Sousa e Dimas: tre portoghesi che prima di te e Tiago hanno giocato nella Juventus. Che ricordo hai di loro? «Dimas me lo ricordo nell’Estrella, quando io ero nelle giovanili e lui giocava in prima squadra. Rui Barros e Paulo Sousa mi sono stati molto vicini in questi anni in Nazionale, mi hanno insegnato molto. È un motivo di orgoglio in più indossare la maglia bianconera che hanno indossato prima di me».
Il calcio portoghese è in un periodo di grande crescita, sono molti i nazionali che, come te, giocano all’estero. «Sì, siamo in tanti, sparsi per tutta Europa, nelle file di squadre importanti. Giocare in team di valore credo che, indirettamente, farà crescere il prestigio della Nazionale portoghese, perché porteremo l’esperienza acquisita sui campi italiani, inglesi, tedeschi».
Per concludere, quali sono gli hobby di Andrade, qual è un tuo mito dello sport? «Nel tempo libero mi piace navigare su Internet e ascoltare musica. Che genere? Un po’ di tutto, dipende dal momento e dall’umore. Poi adoro seguire il tennis in televisione. Il mio idolo nel calcio è Luis Figo, che forse è stato l’idolo di molti portoghesi della mia generazione che amano il pallone. Non vedo l’ora di affrontarlo in campionato, il 4 novembre. E di tenerlo lontano dall’area».

1 commento:

Giuliano ha detto...

Campione mondiale della sfortuna.
Ma viene anche da pensare a quei commentatori tv (sono tanti) che ironizzano su Andrade facendolo passare per un bidone: io penso che ci vorrebbe sempre un minimo di rispetto per le persone, anche quando si scherza o si sfotte per via del tifo sportivo.
In fin dei conti, un professionista del giornalismo sportivo dovrebbe sapere che Baggio e Paolo Rossi hanno vinto il Pallone d'Oro dopo infortuni gravissimi, anche peggiori di quelli di Andrade.
La verità è che non sapremo mai come sarebbe andato Andrade nella Juve...
(ricordo ancora con orrore certe "battute di spirito" su Bettega, che a ventun anni sembrava aver finito la carriera...)